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Ferragni Sanremo 2023: l’occasione sprecata

Ciò che ha colpito del monologo di Chiara Ferragni sul palco dell’Ariston è stata l’estrema autoreferenzialità, intesa non esclusivamente come narrazione, ma anche e soprattutto come incapacità di guardare oltre il proprio naso o, per dirla con la Lucarelli, oltre le sue ciabatte Gucci.

Se si potesse dare un titolo allo spazio che le è stato concesso calzerebbe a pennello “Come sprecare un’occasione d’oro”. Avrebbe potuto dimostrare di essere qualcosa di diverso dai prodotti di lusso che sponsorizza, dai milioni di tag cui è avvezza, dalle storie instagram mordi e fuggi di cui è protagonista, dalle scenette di vita quotidiana con i figlioletti insofferenti, ma alla fine è rimasta coerente col proprio personaggio e con ciò che esso rappresenta. E che in fondo preferiamo alla femminista poco credibile in cui vorrebbe momentaneamente trasformarsi.

Tutto è commerciabile

Nel suo monologo, in cui trionfa la retorica del if you can dream it you can do it, anche la sofferenza si trasforma in un marchio di lusso da esibire; perfino i diritti che rivendica non sono altro che un ornamento estetico da sbandierare sui social, cosa per altro già vissuta con la campagna #LoveFiercely, in favore della comunità LGBTQ+.

E poi il suo corpo nudo, che nudo non è perché è disegnato sull’abito Dior, vuole essere forse uno slogan femminista come il celebre “Il corpo è mio e lo gestisco io?”. Peccato che la messa in scena sia poco credibile, non solo perché “rappresentata”, ma anche e soprattutto perché nei confronti dei figli non fa valere il medesimo principio, dato che sono oggetto di super esposizione sui suoi profili social.

Il testo del monologo Ferragni:

La Ferragni ha scritto una lettera a se stessa bambina: un contenuto scontato, pieno di stereotipi e luoghi comuni, e nel contempo privo di spunti e ispirazioni che nulla ha dato alle donne o a qualsiasi altra categoria oggetto di discriminazione. Il suo femminismo innaturale e artefatto si è trasformato così in un momento di televisione davvero cringe.

Per non giudicarlo dal punto di vista lessicale, da cui emerge una povertà sconcertante: a 35 anni parla e argomenta come una pre-adolescente.

Il chiaracentrismo della Ferragni, insomma, è ai massimi livelli, senza per altro essere sostanziato da messaggi di spessore, da ispirazioni che possono determinare un qualsiasi cambiamento.

La beneficenza e la strategia di marketing

E cosa dire del fatto che la Blond Salad abbia devoluto in beneficenza l’intero cachet sanremese? Chiara Ferragni, conosce bene le best practices per promuovere la propria immagine e sa bene che la beneficenza, nella logica della brand reputation, significa fare un salto di qualità in termini di relazioni, credibilità e, ovviamente, di affari. La cifra ceduta in favore dell’associazione D.I.R.E. per sostenere la lotta contro la violenza di genere, dunque, rappresenta per Chiara un ritorno d’immagine difficilmente quantificabile, ma sicuramente di grande importanza.