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Perché il gay pride è una manifestazione culturale

Il nuovo presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, era stato chiaro fin dall’inizio: «il gay pride non dovrebbe essere patrocinato dalla regione perché divisivo». Premesse confermate qualche ora fa, quando l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Lombardia ha votato contro l’approvazione della concessione del patrocinio gratuito alla manifestazione Milano Pride 2018, in programma per il 30 giugno prossimo. Della stessa linea la Liguria di Toti che ha detto no al patrocinio per la manifestazione di Genova e il presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, che ha definito la giornata un evento di folklore.

A cosa serve il patrocinio della Regione

Ma facciamo un passo indietro e prendiamo a titolo d’esempio proprio la Regione Lombardia. Sul sito online dell’Ente, patronato e patrocinio vengono descritti nel seguente modo: “Il Patronato (concesso dal Presidente della Regione) e il Patrocinio (concesso dagli Assessori), rappresentano la forma di massimo riconoscimento morale con cui l’Ente esprime la simbolica adesione a iniziative di importanza regionale in ambito culturale, scientifico, educativo, sportivo, economico sociale e celebrativo, che non abbiano scopo di lucro, ( legge regionale del 12 settembre 1986, n. 50)”. Poco più sotto viene poi specificato che “la concessione di Patronati/Patrocini e l’adesione a Comitati d’Onore non dà diritto a contributi economici da parte della Regione Lombardia”.

Il patrocinio non viene quindi richiesto per ragioni finanziarie. Questo è il primo assunto da cui partire, dal momento che qualche persona poco informata è convinta che sia prevista qualche forma contributiva per l’organizzazione di tali manifestazioni e che questo, in qualche modo, ricada direttamente sulle tasche di tutti gli italiani onesti. Perché dunque è così importante ricevere il patrocinio da parte della Regione per una manifestazione come il gay pride? La risposta non dovrebbe neanche essere esplicata anche perché già chiara nella descrizione data dalla Regione Lombardia nel suo vademecum: il gay pride è una manifestazione senza fini di lucro che ha bisogno del massimo riconoscimento morale da parte dell’Ente affinché esprima la simbolica adesione a un’iniziativa di importanza regionale (e nazionale/mondiale/universale) in ambito culturale, scientifico, educativo, sportivo, economico sociale e celebrativo.

Un problema culturale (e socio-educativo)

Negare che il pride sia una manifestazione culturale, come fatto da Fontana o da Rossi, significa non conoscere il tessuto sociale del Paese, o meglio, ignorare le problematiche che la comunità LGBTI è costretta ad affrontare quotidianamente. La manifestazione è culturale perché in Italia esiste un problema di tipo culturale, ma anche sociale ed educativo, nei confronti di tutte quelle persone che non sono eterosessuali. I dati resi noti lo scorso 17 maggio da Gay Help Line, l’unico numero verde in Italia a disposizione contro l’omofobia, parlano chiaro e descrivono uno scenario a cui le istituzioni in primis dovrebbero concedere tutta la loro attenzione. Nel 2017 il contact center ha ricevuto oltre 20.000 chiamate da tutta Italia, di cui più di 3.200 provenienti da minori e oltre 400 casi che includono ragazzi e ragazze tra i 12 e i 25 anni in cui sono stati segnalati gravi maltrattamenti in contesti familiari.

«Il dato che emerge maggiormente nell’ultimo anno, è il crescente livello di omofobia con un incremento del 2% (ora al 72%) e un aumento del 4% (ora al 17%) dei ricatti a scapito delle persone lesbiche e gay non dichiarate», ha commentato Fabrizio Marrazzo, Portavoce di Gay Center e responsabile del numero verde Gay Help Line. «La comunicazione tramite social rende sempre più facile rintracciare l’orientamento sessuale degli utenti, potendo monitorare i gruppi di interesse, le amicizie, etc., ed esponendo in questo modo le persone LGBTI più facilmente alle violenze e ai ricatti di singoli o di gruppi di persone.»

Gli altri dati che emergono dal rapporto di Gay Help Line sono una sorta di bollettino da guerra. L’età degli aggressori e ricattatori è sempre più giovane e in diversi casi si tratta di minori. Sono costanti i casi di famiglie che non accettano l’omosessualità e nel 30% dei casi i genitori arrivano a segregare i propri figli in casa e a sottoporli a violenze. Il 15,1% degli italiani ha una opinione estremamente negativa sulle persone LGBTI, dichiarando di provare disgusto nei loro confronti ed evidenziando il loro essere contronatura. «Il dato più allarmante è che solo 1 vittima su 40 circa, pensa che denunciare la violenza possa migliorare la propria situazione, specialmente i più giovani, che temono oltre alle discriminazioni anche la reazione della propria famiglia. In particolare, gli studenti ci dichiarano che difficilmente trovano nella propria scuola docenti o adulti che li potrebbero aiutare», ha aggiunto Marrazzo.

Un barometro dell’odio

Per questo è importante l’approvazione di una legge contro l’omotransfobia che preveda un piano di intervento che consenta di supportare le vittime su tutto il territorio nazionale. E anche per questo sono importanti “riconoscimenti morali” da parte delle istituzioni a manifestazioni come il gay pride. Il problema esiste e ignorarlo, o ancora peggio ghettizzarlo a parata folkloristica, è come prendere a schiaffi chi tutti i giorni è vittima di violenze omofobe. Non c’è da stupirsi però, perché le persone che oggi occupano le sedie delle giunte regionali sono le stesse che nell’ultima campagna elettorale hanno sputato odio a destra e a sinistra. Secondo il “Barometro dell’odio” pubblicato da Amnesty International Italia “i post, i tweet, le immagini e i video condivisi da 1.419 candidati, e quindi a loro direttamente attribuibili, sono stati quotidianamente osservati segnalando l’uso di stereotipi, dichiarazioni offensive, razziste, discriminatorie e di incitamento alla violenza che hanno avuto come bersaglio categorie vulnerabili quali migranti e rifugiati, immigrati, rom, persone Lgbti, donne, comunità ebraiche e islamiche”. A volte la tentazione di cambiare aria è davvero troppo forte.